Aikido, Professione Uke

Aikido, Professione Uke

L'importanza di saper ricevere attacchi e tecniche nell'Aikido

La prima impressione che l’aikido suscita in un non praticante spesso spazia da un estremo all’altro: c’è chi rimane affascinato dai suoi movimenti dolci ed eleganti e pur marziali, c’è chi invece mostra scetticismo perché non ne vede l’efficacia, essenzialmente perché l’uke, chi riceve la tecnica, è troppo accondiscendente e fa delle cadute spettacolari che appaiono inverosimili.

Non di rado mi sono imbattuta in questa discussione, ma non sempre mi sono cimentata in una spiegazione, forse a causa delle molte considerazioni che avrei da fare, forse per il rischio di apparire in ogni caso di parte.

Allora consideriamo la questione dalla situazione opposta: il principiante che inizia a praticare aikido non è accondiscendente: non sa proprio come muoversi, dunque cosa succede?

Semplicemente non riesce a subire nessuna tecnica o meglio la subisce nella maniera più rovinosa possibile. Il partner con cui si allena lo squilibrerà aiutandolo a cadere in sicurezza, le leve verranno accennate e non chiuse fino in fondo, e così via.

Il risultato sarà poco armonioso e statico, ma forse corrisponderebbe di più all’idea di arte marziale che molti hanno in mente, tuttavia se vogliamo essere obiettivi anche questo è inverosimile: una semplice leva al gomito può mettere la parola fine alla nostra carriera “aikidoistica”, un singolo atemi, come sappiamo, ci può mettere K.O., una proiezione subita in malo modo ci può procurare un danno alla spalla o alla schiena, comunque delle gravi lesioni.

Qualora la domanda vera sia se le tecniche di aikido siano efficaci o meno, allora vi basterebbe osservare le espressioni di dolore di chi si è avviato alla pratica di questa stupenda arte marziale.

Nella pratica basterebbe il frammento di una tecnica per essere efficace, eventualmente anche un solo gesto.

E’ molto importante essere efficaci .... ma siamo sicuri che imparare a subire sia meno importante?

Immaginiamoci nell’ipotetica condizione di affrontare qualcuno volendo applicare una tecnica, il nostro avversario però non resta fermo a subire e ci rifila un atemi che non riusciamo ad evitare perché non sappiamo uscire dall’attacco oppure subiamo totalmente una leva articolare per lo stesso motivo.

Sarebbe totalmente incoerente.

È quindi evidente che sapere ricevere un attacco o una tecnica sia persino più importante!

Ed è sotto questa luce che un praticante di aikido desidera diventare un ottimo uke!

Il percorso per diventarlo è lungo e costellato di luoghi comuni da comprendere e superare. Ad esempio come non rispondere all’attacco con un contrattacco ma magari sfruttare l’attacco quale momento di vulnerabilità del nostro avversario; essere cedevoli al momento opportuno perché a volte essere più rigido significa essere più vulnerabile, esaltare l’importanza di squilibrare l’avversario che quindi potremmo neutralizzare col minimo sforzo, applicare alla nostra risposta i principi sen, sen no sen o go no sen, beh, allora saremmo già a buon punto.

Nei primi anni di pratica si è erroneamente alla costante ricerca di quei “trucchetti” che ci permettono di subire le tecniche nella maniera meno traumatica. Solo attraverso molta pratica si arriva a capire che non esistono trucchetti anzi, cercare di determinare in anticipo come subire una tecnica spesso è solo dannoso perché non possiamo permetterci di indovinare che tecnica stiamo per subire, il rischio di farsi male subendo in un modo sbagliato una leva porta a conseguenze indesiderate.

IL RUOLO DI UKE

Il ruolo di uke senza dubbio richiede una discreta abilità che si acquisisce con l’esperienza e RENSHŪ, non è necessario essere degli atleti, bisogna piuttosto educare il corpo a “sentire” quello sta subendo, questo diventa necessario per non farsi male perché non è sufficiente pensare con la mente a cosa fare se il corpo non è in grado di reagire all’unisono: richiederebbe troppo tempo.

La mente vuota: MUSHIN, il corpo ascolta: AIKI-CORPO.

All’unisono! Mente e corpo, Tori e Uke: AWASE. Dunque in quello che sto descrivendo manca una componente importante: la competizione, non sto descrivendo un combattimento ma un allenamento. Uke in questo caso si presta affinché la tecnica che sta subendo sia effettuata correttamente ed eventualmente possa essere migliorata, o, strettamente dal suo punto di vista, possa migliorarsi nell’arte di subirla.

Ad esempio, subendo una leva nikyo molto potente e rapida, vedremmo un bravo uke ritrovarsi all’istante a mezz’aria con le gambe stese all’indietro prima di cadere sul tatami, anche questo è l’aiki-corpo, l’esperienza, attraverso il RENSHŪ, gli permette di subire la tecnica senza danni, senza avere avuto il tempo di pensare.

Anche questa ricerca di miglioramento di uke fa sì che le sue proiezioni diventino spettacolari, la sfida con se stessi è sempre più avvincente, TORI inizia una tecnica ma improvvisamente cambia, questo non sarà un problema per un buon UKE che, come l'acqua, si adatta ad ogni situazione.

I concetti sopra menzionati sono universali, validi non solo per l’aikido; Bruce Leein una famosa intervista, infatti, riassunse tutto in un solo consiglio: “be water my friend”.

  • Alla luce di ciò, lo scettiscismo dimostrato nei confronti dell’aikido da parte di alcuni non praticanti può essere giustificato?
  • Esiste effettivamente un’intesa tra uke e tori?
  • Se si, fin dove si dovrebbe spingere?
  • Quale sarebbe il suo punto limite, quello che potremmo definire “tollerabile”?

Neanche a dirlo, la migliore spiegazione sarebbe da ricercare sul tatami, ma certo è che un aspetto così interessante e dibattuto dell’aikido non si limita a queste prime considerazioni.

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