Cenni Generali sull'Approccio alle Arti Marziali e Sport da Combattimento

Cenni Generali sull'Approccio alle Arti Marziali e Sport da Combattimento

Considerazioni sull'argomento da un punto di vista analitico e razionale

Prima di entrare nello specifico di una qualsiasi disciplina e sviscerare la sua filosofia, i gesti tecnici, i programmi di allenamento specifici, i regolamenti di gara e tutto ciò che caratterizza il soggetto dei nostri interessi e delle nostre ricerche, occorre approfondire un concetto, attraverso il quale passano le nostre osservazioni, le critiche, le scelte.

L’obbiettivo non è quello di condizionare il giudizio dell’osservatore, bensì di fornire indicazioni utili ed elementi sufficienti ad avere un quadro generale ed oggettivo.

Secondo quello che è il MIO PERSONALISSIMO PUNTO DI VISTA dell’immenso universo delle arti marziali e sport da combattimento, la prima fase del percorso, e ci tengo a ricordare che stiamo parlando di APPROCCIO, sta nel distinguere la verità dalla menzogna, di seguito alcune indicazioni per condurre le adeguate riflessioni e trarre le proprie conclusioni.

 


Elemento 1

 

NON ESISTONO ARTI MARZIALI O SPORT DA COMBATTIMENTO MIGLIORI O PEGGIORI DI ALTRI


In assoluto l’argomento più discusso tra gli addetti ai lavori, oggetto di alterco autocelebrativo tra le varie scuole, come se spararla più grossa degli altri (perché questo è ciò che succede nel goffo ed inappropriato tentativo di decretare il “migliore”) possa contribuire all’ affermazione della propria identità.

 

Come se non bastasse, un sensibile contributo al nostro disorientamento è dato da una interminabile serie di strumenti di facile consultazione: film, video su internet, articoli sulla carta stampata ecc… che non perdono occasione per fare confronti decisamente poco plausibili tra le varie discipline. La consapevolezza della natura pubblicitaria di tali strumenti, rappresentata soprattutto dai titoli di testa, tesi a conferire grande effetto e curiosità verso il soggetto in evidenza, dovrebbe guidare ognuno di noi e consentirci di fruire di essi come semplice forma di intrattenimento, tuttavia per tanti motivi, non sempre è così, e credo non ci sia niente di più sbagliato.

Tutto dipende sostanzialmente dal concetto principe del “chi fa cosa”, attraverso il quale possiamo riscontrare risultati ottimali solo se e quando ci si riconosce nell’attività che pratichiamo e se essa risulta essere estremamente allineata:

 

  • 1. con le nostre caratteristiche fisiologiche
  • 2. con le nostre attitudini psicologiche
  • 3. con il profilo emotivo e caratteriale
  • 4. quanto tempo si ha a disposizione da dedicare all’attività in questione
  • 5. quanto di questo tempo viene effettivamente impegnato nella suddetta attività
  • 6. Corretta applicazione dei programmi di allenamento da parte dell’insegnante (soprattutto sotto il punto di vista pedagogico)

 

 

La miscela ideale prevede che i primi 3 punti siano messi a disposizione degli ultimi 3 con soluzione di continuità, ma non per determinare cosa è meglio o peggio, i suddetti parametri rivelano la condizione migliore per far maturare meglio e più in fretta un atleta sotto il punto di vista tecnico ed agonistico, o più semplicemente individuare il terreno migliore dove “seminare”.

Resta comunque il fatto che ognuno è libero di scegliere quello che preferisce, ma la valutazione in funzione della scelta dovrebbe essere soggetta solo a giudizio estetico e sensitivo, non ad influenze esterne per fini pecuniari. Qualsiasi tipo di confronto viene proposto come fosse tra due o più discipline quando in realtà è tra due o più individui, prestati a questo gioco, più o meno consapevolmente, spesso regolato dai media. Il mio consiglio è “abbiate spirito di curiosità che è alla base di ogni cultura, fate ciò che più vi piace, per il semplice piacere di farlo, siate sereni e date sempre il massimo, la Marzialità ha un codice etico, civico e religioso… non commerciale”.

 

Elemento 2

 

NON ESISTONO TECNICHE PIU’ O MENO EFFICACI DI ALTRE

 

Altro argomento privo di fondamento anche, ma non solo, in funzione di quanto detto sopra.

Nonostante ciò, troppo spesso le voci di corridoio che rimbombano e rimbalzano da una scuola all’altra attraverso maestri, praticanti, o semplici appassionati, rivelano particolari molto coloriti e singolari, alcuni riguardanti presunte tecniche “segrete” o “mortali” le quali possono essere trasmesse ed apprese solo se degni di ricevere e sostenere il peso del Dogma, altri svelano tecniche denominate imbattibili, oppure ancora strategie vincenti e chi più ne ha più ne metta.

Ora, oltre a tenere conto dei 6 parametri citati nell’ Elemento 1 , attraverso i quali, sebbene in maniera approssimativa, possiamo preventivamente stimare il nostro livello di abilità nel portare una tecnica, o una serie o una sequenza ecc, bisogna stabilire ulteriori strumenti di misura:

1. Inserire il gesto tecnico in un determinato contesto (allenamento al colpitore o al sacco, sparring, competizione ufficiale) dove ovviamente ognuno di essi conferisce alla parola EFFICACE un significato differente sia oggettivo che soggettivo, di conseguenza si avranno aspetti tecnici e valutativi differenti.

                 

    Esempi soggettivi di attribuzione di efficacia:

 

  • a. Allenamento al colpitore, dove potremmo associare al termine “efficace” la precisione motoria della tecnica
  • b. Allenamento al sacco, ove potremmo rilevare la potenza
  • c. Sparring, per la rapidità di applicazione degli schemi di gara
  • d. Competizione ufficiale, per l’abilità di mettere in pratica le indicazioni del coach

 

    Esempi oggettivi di attribuzione di efficacia:

 

  • a. Assegnazione dei punti
  • b. Vittoria della competizione

 

 

2. Condizione fisica generale:

a. stanchezza più o meno presente per molteplici ragioni

b. dolori di vario genere derivanti da allenamenti o competizioni precedenti

c. età dell’atleta in questione

d. condizione psicologica latente o transitoria (spesso strettamente collegata ai punti a.b.c.)

 

3. Eventuale compagno di allenamento o avversario nella competizione:

a. Il compagno di allenamento deve consentire al soggetto che esegue il lavoro di potersi esprimere al massimo delle sue capacità. Ciò consiste, ad esempio, nel reggere il colpitore nella corretta posizione, eseguire correttamente gli schemi di combattimento, rispettare i tempi di lavoro ecc… in modo da innescare una risposta fisiologica del fattore di crescita, aumentare le capacità di adattamento allo stress imposto e rendere l’allenamento più fedele possibile ad una competizione ufficiale, in assenza di tali condizioni, l’efficienza dell’allenamento diminuisce, così come l’efficacia delle tecniche allenate.

b. L’avversario in una competizione ufficiale rappresenta la più alta forma di allenamento di cui possiamo disporre, attraverso cui verificare se il lavoro svolto in palestra è stato produttivo, ma essendo ogni avversario diverso dall’altro, non possiamo determinare la nostra efficacia in termini assoluti, in base alla sua abilità generale o condizione momentanea possiamo confermare o smentire le nostre certezze.

 

4. Sensazioni posturali personali:

Le posizioni o le tecniche specifiche, possono risultare più o meno confortevoli da eseguire a seconda del soggetto, delle sue caratteristiche fisiche, della sua sensibilità propriocettiva, dalla presenza o meno di traumi (recenti, pregressi o recidivi), eventuali ricadute più o meno frequenti, in che zona, di che entità e postumi derivati. Per concludere la parte tecnica di questo argomento possiamo affermare che il numero di parametri che abbiamo a disposizione per effettuare una valutazione non è direttamente proporzionale alla precisione del risultato ottenuto. La macchina umana è soggetta a continui adattamenti e ciò non permette di avere dei parametri stabili su cui fondare qualsiasi affermazione.

 

 

 

Elemento 3
NON ESISTONO DISCIPLINE PIU’ O MENO PREDISPOSTE ALL’APLICAZIONE NELLA DIFESA PERSONALE


Questo dettaglio può essere considerato “l’argomento a piacere” che la Prof. di turno, mossa a compassione, con la misericordiosa clemenza di cui solo una mamma sa essere avvolta, si riservava come “ultima spiaggia” dove la nostra preparazione palesemente insufficiente, per non dire imbarazzante o addirittura assente, poteva essere camuffata per salvare l’ultimo brandello di dignità rimasta.

Ovviamente il meccanismo non ha mai incantato nessuno, non era quello il suo scopo, ma almeno ti dava la possibilità di passare il pomeriggio a fare qualcosa di diverso che continuare a piangere ripensando alla figuraccia, al 2 in pagella e all’ira dei genitori. Con lo stesso principio, figlio della stessa madre, nasce una nuova corrente di pensiero, di cui fanno parte tutte quelle persone che se non sono riuscite a convincerti della loro superiorità, parlando dei dettagli tecnici di una data disciplina, puntano tutto sul Jolly convinti che la teoria sia inoppugnabile ed incontrovertibile.

La frase tipo recita più o meno così: “…si si è bello, ma per la difesa personale non va bene… ci vuole qualcosa di più specifico… ( aggettivo variabile a discrezione dell’oratore di turno ) …per strada non è come in palestra… non ci sono regole… oppure se uno che fa quello che fai tu trova uno che fa quello che faccio io meglio che comincia a pregare…”

Qualche volta mentre parlano sembrano quasi minacciarti, come per dire: “te lo dico io…non ci credi? Vuoi provare?” Ora, tali affermazioni hanno come obbiettivo principale quello di mostrarsi più determinato possibile in modo da scoraggiare eventuali verifiche e indagini più o meno approfondite da parte dell’osservatore, dato che per effettuarle, sarebbe necessario un numero non meglio identificato di risse, conflitti a fuoco, duelli con armi uguali, armi diverse, 1 contro 1, 2,3,4 e così via fino a domani mattina e senza comunque raggiungere un verdetto…

Per comodità analizzeremo le affermazioni di cui sopra, senza rendere il discorso interminabile con altre varianti plausibili.

a. “…si si è bello, ma per la difesa personale non va bene… ci vuole qualcosa di più specifico…” Vorrei ricordare a chiunque se lo fosse dimenticato che tutte le discipline marziali originarie sono nate con lo scopo di addestrare le forze armate o la popolazione di appartenenza a difendersi da eventuali invasioni. Anche tra discipline diverse le tecniche fondamentali hanno tutte qualcosa in comune tra  loro come la natura anatomica e fisiologica della macchina umana che le applica (la strada più breve tra due punti è sempre una linea retta), le sfumature che possiamo trovare in esse derivano da caratteristiche contaminazioni strettamente legate al territorio di origine, una sorta di “firma di identificazione”. Le evoluzioni successive, dalle innumerevoli scorporazioni da cui derivano stili diversi nella stessa disciplina, alle ben più recenti e note Federazioni Sportive (anche esse spesso soggette a simili smembramenti), non sono attribuibili alla disciplina originaria. La remota speranza è quella di trovare un Maestro che oltre a conoscere ed insegnare la forma più recente ed evoluta del proprio sport, sia stato formato secondo lo stile del ceppo di origine, conservando le sue tecniche e la sua etica.

b. …per strada non è come in palestra… non ci sono regole… Apparte quelle previste dal codice civile e penale in effetti sembrerebbe essere una affermazione corretta, tuttavia non ci dimentichiamo che ogni cosa soggetta ad evoluzione attraverso il tempo e lo spazio deve essere contestualizzata e l’etimologia del termine MARZIALE è un ottimo esempio per rendere chiaro il concetto che la condizione che riversava nel luogo e nel periodo in cui la disciplina in oggetto ha avuto origine non è più in essere, di conseguenza lo scopo applicativo di tale disciplina non piò essere lo stesso, l’unica concessione risiede nel diritto e facoltà di conoscenza.

c. …se uno che fa quello che fai tu trova uno che fa quello che faccio io meglio che comincia a pregare…

Questa affermazione non esula dal dovere di essere filtrata da quanto previsto in Elemento 1… 2…3 considerando sempre che l’osservatore nel periodo che precede la scelta di una determinata attività piuttosto che un’altra, viene messo sempre di fronte al “prodotto finito”, cioè ad un praticante che abbia già superato almeno il livello base di apprendimento, spesso per andare sul sicuro si ricorre alla punta di diamante dell’attività in esame, mostrando il “cosa” senza il “come” e tantomeno il “quando” e “perché”, cioè mostrando cosa sa fare, senza spiegarti come si fa, quando e perché si fa, ma rispondere a queste 4 domande non è facile se prima non si stabilisce “come si insegna” e “come si impara”

… argomenti che tratteremo in maniera dettagliata a partire dal prossimo articolo.

Nel ringraziarvi della pazienza e del tempo speso nella lettura, certo di ricevere pareri, critiche e commenti su quanto detto fino ad ora, l’occasione è gradita per porgere cordiali saluti e soprattutto...

buon allenamento da ABC.

 

All. Juri Ripa
Insegnante TaeKwonDo presso Yin & Yang - Arte in movimento

Porto S.Elpidio

 

 

 

Scritto da: All. Juri Ripa

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