Evoluzione e Sviluppo della Difesa Personale con il Metodo Scientifico

Evoluzione e Sviluppo della Difesa Personale con il Metodo Scientifico

Analisi logico-razionale dell'argomento autodifesa

Come sappiamo bene, l'avvento della tecnologia informatica e la diffusione dei video su internet, l'avvento delle MMA e di forme di combattimento sportivo sempre più variegate e realistiche hanno reso la pratica delle AA.MM. e dei sistemi/discipline di difesa personale (DP) sempre più aperti, fruibili e quindi esposti ad analisi, critiche e commenti.

Ovviamente una delle conseguenze primarie di questo fenomeno è l'aumento esponenziale di scuole/accademie/corsi/sistemi che possano intercettare nel miglior modo possibile la domanda crescente. Un’altra conseguenza è il riproporsi di alcuni dei dilemmi Shakespeariani correlati alle arti marziali:


  • funziona o non funziona?
  • In che contesto funziona?
  • Funziona meglio degli altri?
Quali sono le caratteristiche principali perché ciò avvenga?
Da praticante e studente di sport da combattimento (SDC) e di sistemi di difesa personale (DP) queste sono le domande che mi sono sempre posto, e che credo qualunque studente/praticante con senso critico e amore per il razionale debba porsi.
In un altro articolo da me pubblicato sui social (si trova facilmente anche su Facebook nella mia pagina) ho affrontato a livello teorico generale, quelli che a mio avviso (e quello che per molti professionisti del settore come per esempio Jocko Willink, ex Navy Seal e cintura nera di BJJ o Nick Drossos istruttore di difesa persona ed ex bodyguard, Vladislav Koulikov campione e allenatore di Sambo1) sono i criteri per scegliere una disciplina/sport/sistema ai fini delle difesa personale.
Ovviamente l'analisi da me fatta e quelle riportate tra le fonti possono variare in alcune interpretazioni o in alcuni dettagli.
Ciò nonostante quello che accomuna queste analisi sono certi princìpi fondamentali:
1- Se l'obiettivo è quello di essere preparati a difendersi dal più alto numero possibile di situazioni ostili, il sistema deve essere efficace ed effettivo.
2- Il sistema/disciplina/SPC/arte deve basarsi su principi e metodi validi scientificamente (biomeccanica, fisica, anatomia etc...).
3- Tali principi devono condurre a metodi, strategie, tecniche, tattiche la cui efficacia/efficienza deve essere dimostrabile oggettivamente, in un contesto reale più e più volte, da parte del numero più alto possibile di persone.
4- In caso ci siano elementi del sistema/disciplina/SDC/arte che non rispondano ai tre criteri sopra citati bisognerebbe escluderli dall’allenamento al fine di alleggerire l’addestramento da tutto ciò che non è funzionale allo scopo preposto.
Ora nonostante nel mondo delle AA.MM. e degli SDC questi principi siano largamente accettati, soprattutto da chi con tali discipline ci lavora in contesti realistici ed operativi, mi è capitato di discutere e di ascoltare e di leggere opinioni totalmente discordanti.
L'obiettivo principale di questo articolo è analizzare tali opinioni nella maniera più razionale e logica a me possibile.


1- La versatilità
Una delle argomentazioni più comuni che ho sentito in questi anni è utilizzata soprattutto da atleti (ma non mancano i casi di istruttori di DP):
- “anche se questo SDC/disciplina/sistema non copre tutti gli ambiti della difesa personale (civile), padroneggiandolo ad alti livelli si può fronteggiare qualsiasi aggressione”.

Per definizione e come riportato da me e da molti altri in articoli simili, una delle caratteristiche delle situazioni di aggressioni in contesto civile è “l'imprevedibilità”.
Cosa significa?
Significa che esiste letteralmente un numero quasi infinito di varianti che non si possono prevedere: numero, dimensione, preparazione avversari, spazio, tempistiche, armi etc...
Esistono SDC/sistemi/AA.MM. che possano prepararci contro tutte e dico tutte queste variabili?

A mio avviso no.
Non può un sistema creato da umani (esseri non perfetti) prevedere ogni variabile e trovarne la soluzione migliore (sempre che migliore sia un concetto condiviso, cosa che non è).
E allora se non esistono sistemi perfetti e potenzialmente tutti i sistemi sono fallibili che senso ha sceglierne uno?
Beh, la risposta qui è semplice, ed è la stessa per qualunque disciplina basata su concetti scientifici:
il più alto numero possibile di situazioni è comunque meglio di niente o di un numero minore.
Cosa ne deriva? Ne deriva, a mio avviso e seguendo le parole di gente ben più qualificata di me, che bisognerebbe cercare lo SDC/il sistema/la disciplina che ci dia strumenti per rispondere al più alto numero possibile di variabili (e se fosse necessario attingere da più sistemi/SDC/discipline studiandole e praticandole).

Non voglio creare polemiche né credo di essere nella posizione di criticare nello specifico nessuno dei sistemi/SDC/discipline, la mia è solo un analisi logico-razionale.
Voglio però fare degli esempi generici che tutti possano comprendere.

Se pratico una disciplina che mi insegna ad usare solo le braccia o solo le gambe o solo le gambe e braccia come percussione, anche a livelli altissimi, sarò meno efficiente della stessa versione di me (e in molti casi anche degli altri) con un allenamento che comprenda anche il resto del corpo sia per percuotere che per afferrare, spingere etc... e lo stesso, in maniera più evidente, si applica alle armi convenzionali e non.
Questa è una tendenza che mi fa piacere notare in molti sistemi e molte varianti di SDC, che sempre di più devono soddisfare la domanda di un’audience sempre più informata e cosciente.
Abbiamo esempi negli SDC (MMA, Kudo, Combat Sambo, Combat JJ etc...) e nelle principali discipline di DP (Krav Magà. Silat, Combatives etc...).
Ora si potrebbe obiettare che spaziare troppo ci possa rendere meno efficienti in un singolo aspetto. Credo che questa teoria sia solo in parte realistica: è ovvio che se passo 8 ore al giorno ad allenare pugilato, sicuramente sarò più bravo di una persona che spende 2 ore al giorno per il pugilato e il resto per il grappling, però:
a) E' abbastanza dimostrato che il cross training negli SDC possa incrementare esponenzialmente le capacità e le abilità generali dell’atleta (mi viene in mente la mobilità che la Capoeira ha dato a McGregor; la mobilità e la resistenza cardiovascolare che il BJJ ha dato a moltissimi atleti che sono entrati nella gabbia delle MMA con solo preparazione da striker; l’enorme vantaggio che la lotta ha dato agli striker, soprattutto per quanto riguarda la difesa dalle proiezioni etc...).
b) E' lampante che le MMA come ogni SDC simili richiedano una conoscenza quanto più ampia possibile di tutti gli aspetti del combattimento ed è il trend degli atleti che gareggiano in tali discipline.
c) Per quanto riguarda la DP aumentando il numero di variabili (armi, aggressori multipli etc…) aumenta la necessità di versatilità.

Per quanto molti SDC prevedano un numero sempre maggiore di variabili (a mio avviso la nuova frontiera delle MMA saranno le armi), sono soggetti a regole e circostanze che diminuiscono drasticamente “l'imprevidibilità” (in un incontro UFC gli atleti lottano uno vs uno, in categorie di peso, disarmati, con un tempo massimo, conoscendo il terreno e potendo teoricamente studiare l'avversario previamente).

E allora cosa fare?

Beh, credo che esistano un’enorme quantità di soluzioni pratiche e ognuna dipenda dall'esperienza personale, dallo studio dei fatti e dalle disponibilità logistico-temporali/economiche.
Nell'intervista riportata nelle note l'ex Navy Seal suggerisce di creare le basi con un SDC che abbia dimostrato la sua efficacia sul campo e in una fase successiva passare a sistemi di difesa che richiedono abilità psicomotorie più elaborate e che coprano più variabili possibili. Io personalmente, credo che si possano studiare/allenare SDC e sistemi di difesa personale contemporaneamente, sin dall'inizio, sempre tenendo conto delle competenze ed esigenze personali, ma questa è una mia opinione del tutto soggettiva e contestabile.
La cosa che a mio avviso è fondamentale è non rimanere intrappolati nell’idea che un SDC, un sistema di DP o un’arte marziale sia perfetta o totalmente completa: anche se la stessa può dare soluzioni per un numero elevato di situazioni, esisterà sempre, e qui la storia lo conferma, un'evoluzione, un nuovo sistema, una nuova versione capace di mettere in discussione tutto.

Questo, in essenza, è il metodo scientifico: ogni cosa sopravvive intatta finché non si riesce a creare e scoprire qualcosa di più efficace ed efficiente.
E a chi sostiene che “il corpo è quello e le leggi della fisica sono quelle” - beh, consiglio di dare un’occhiata all'evoluzione di qualsiasi disciplina sportiva o atletica per notare che è sempre esistito un miglioramento (marginale o radicale che sia), un cambio di interpretazione e/o un evoluzione, per via dei cambi culturali, tecnologici e scientifici del mondo che ci circonda. È ovvio che non bisogna accettare qualunque trasformazione ma solo quelli che rispecchiano i principi scientifici e producono risultati verificabili e riproducibili.
2- Efficienza ed Efficacia: funziona?
Se possiamo imparare qualcosa dal metodo scientifico e dalla sua applicazione alle scienze dello sport e delle attività atletico-fisiche, è che si ritiene un elemento funzionante: se ci da il risultato voluto in un determinato contesto o in una determinata condizione reale (efficacia) e se ci permette di ottenerlo con il miglior rapporto sforzo/risultato (efficienza).
È abbastanza evidente che per lo stesso principio un elemento è tanto più funzionale quanto più è riproducibile con gli stessi risultati (positivi) nello stesso tipo di situazione e nel numero più vasto possibile di situazioni (versatilità).
Uno degli esempi più semplici che mi viene in mente, applicabile al combattimento, sono i pugni della boxe.

Ora come possiamo osservare, nelle maggiori competizioni di SDC che prevedono percussioni, i pugni della boxe (o delle loro varianti che però di fatto non ne snaturano i principi scientifici che stanno dietro) sono i più largamente utilizzati, almeno in piedi.
È una moda o una coincidenza?
Non credo che in sport che muovono una quantità cosi enorme di soldi, con preparatori tecnico-atletici sempre più specializzati, con atleti con livelli di preparazione indiscutibile e con tutte le metodologie e tecnologie specifiche possibili e immaginabili applicate allo sport, si possa pensare che sia un'ingenuità o una moda.
È evidente che, anche se provenienti da background marziali e da scuole di pensiero diverse, ci sono dei principi e degli elementi che sono comuni a tutti i tipi di preparazione atletica: l'efficienza e l'efficacia.

Lo stesso principio vale per la DP?

Bisogna fare una premessa: come già detto, in una situazione di aggressione non sportiva e non operativa, il numero di varianti è pressoché illimitato, per cui è più complicato stabilire cosa è più efficace ed efficiente di altro.

È anche vero che tecniche considerate meno efficaci o meno efficienti, inserite in tattiche e strategie efficienti funzionano e lo stesso vale per le stesse tecniche.
Nonostante esista un certo relativismo, c'è un metodo più efficiente degli altri per fare analisi il più accurate possibili (anche se ovviamente non perfette) e ancora una volta è l'approccio scientifico.
Come si applica il metodo scientifico alla DP?
Il metodo scientifico in qualunque attività umana si applica seguendo dei principi fondamentali: osservare, individuare prove quanto più oggettive a supporto di una tesi ed elaborare soluzioni il cui esito sia il più possibile verificabile e riproducibile.
Come si può tradurre in termini marziali?
Un esempio possibile che mi viene in mente è questo: osservare/analizzare/studiare in maniera quanto più possibile e oggettiva i dati reali che abbiamo a disposizione (video, apparati teorici etc., etc..) utilizzando i principi della scienza, sviluppare delle teorie sui dati analizzati, sviluppare delle metodologie/tecniche/strategie/tattiche che si basino su quei dati e che producano l'esito desiderato in maniera quanto più verificabile e riproducibile possibile.


La questione, ovviamente, diventa complicata con l'aumentare delle variabili.

Come si fanno analisi di situazioni con bassa riproducibilità ed alti livelli di imprevedibilità?
Beh, se siamo riusciti a progredire nella fisica quantistica e teorica, possiamo certamente trovare una soluzione in fenomeni decisamente più osservabili.
Credo che uno dei modi migliori per affrontare il problema sia quello usato dagli specialisti del settore, forze dell'ordine e specialisti di difesa personale civile e militare: analizzare i video di risse e aggressioni reali, creare delle statistiche, sviluppare metodi e strumenti che siano coerenti con tali analisi.

Come già detto, non tutto è riproducibile alla perfezione, ma bisogna ovviamente cercare di sviluppare metodi di allenamento (condizionamento psicofisico, sparring etc…) che si avvicinino quanto più possibile alla realtà.

Vorrei altresì affrontare un tema, quello dei colpi “proibiti”.

Uno dei cavalli di battaglia di molti esponenti del mondo della DP è quello delle tecniche proibite o letali. Secondo questa teoria, i sistemi di DP e gli SDC, non potrebbero mai confrontarsi per via della presenza di certe tecniche letali o che comunque creano danni permanenti.

Ora senza entrare nel merito dell’efficacia di tali tecniche vorrei fare una riflessione:

Quanto è utile padroneggiare delle tecniche letali se poi non le si inseriscono in una preparazione realistica?
Mi spiego meglio: quanto saranno utili certe tecniche letali se non condiziono il mio fisico e la mia mente, se non uso strategia e tattica, se non testo tutti questi elementi in una situazione realistica (sparring, drill, combattimento sportivo…)?
Ma come fare a provare in contesto realistico delle tecniche letali?

Questo è un tema che sicuramente merita altro approfondimento, mi limiterò a fare una considerazione: trovo che un ottimo modo per allenarle sia quello di utilizzare protezioni quanto più complete possibili, questo anche se falserà il risultato sul soggetto che le subisce eviterà di limitare chi le infligge, togliendogli il pensiero e la paura di fare del male al compagno di allenamento.
Qualcuno potrà commentare che ho tralasciato alcuni aspetti: l'esperienza, il carattere, la personalità, i sentimenti, lo stato mentale etc...
Ovviamente questi sono aspetti importanti ma:
- L'esperienza non è altro che un accumulo di situazioni che l'atleta ha esperito ed analizzato e non può che essere un fattore in più nel metodo scientifico. Ma l'esperienza da sola non basta perché soggettiva e può in certi casi essere ingannevole. Il mio intento è quello di analizzare quali sono le caratteristiche e i principi che rendono un sistema/SPC/disciplina il più efficace ed efficiente possibile ed è ovvio che questo deve valere sia per chi inizia che per chi ha accumulato esperienza.
- Carattere, personalità e sentimenti sono variabili soggettive, proprie ad ogni persona. Ci si può lavorare, le si può affinare e condizionare in maniera tale che siano funzionali ai nostri obiettivi, ma non è facile plasmarle totalmente.

A mio avviso, bisognerebbe lavorarci, sempre seguendo metodologie studiate e comprovate, ma adattandole alla singolarità dell'individuo in questione e nel momento che si trovano limiti, bisogna preparare l'atleta/praticante a trovare strumenti alternativi che possano compensare il limite.
- Per lo stato mentale il discorso è molto simile a quello del carattere.
Concludo dicendo che se lo scopo di una disciplina è quello di fornire soluzioni a problemi reali, è necessario che si adatti alla realtà ed evolva in relazione alla stessa.


Fabio Perdichizzi

Scritto da: ABC Staff

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