Tameshi Wari

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Prove di rottura

Le prove di rottura costituiscono un tema in un certo senso conflittuale, riunendo un fattore “folkloristico” con la difficoltà tecnica, data l’esistenza di fattori condizionanti che obbligano l’esecutore ad operare di fronte ad un pubblico profano e desideroso di stupirsi.

 

Le rotture di tavolette in legno e altri materiali hanno una gran quantità di detrattori, a causa dei danni derivati dalla continuità dei micro-traumi e per lo sviluppo dell’immagine sportiva del Karate.

Nella pratica normale sono quasi totalmente cadute in disuso, rimanendo in alcune esibizioni.

 

Indipendentemente da quanto detto, le rotture hanno anche un certo valore pedagogico, sempre che si pratichino con serietà e dentro i limiti relativi al grado di apprendimento del praticante.

Eseguendole egli si trova di fronte ad una prova nella quale deve verificare la capacità tecnica acquisita, davanti a un oggetto che deve colpire con la forza sufficiente per romperlo, il che vuol dire lottar contro la paura o il rifiuto psicologico rispetto al possibile danno fisico derivante.

Lasciando da parte le rotture inusitate dei veri specialisti e gli allenamenti “spartani” di mani e piedi, esaminiamo l’aspetto puramente tecnico di una rottura e gli effetti che in essa si producono.

 

Aspetto tecnico di un Tameshi Wari

 

 

In primo luogo dobbiamo considerare l’atteggiamento mentale e la ferma decisione di realizzare le tecniche con piena potenza e con la convinzione di rompere, senza paura, ma senza sottovalutare l’atto per la sua apparente facilità.

 

Inoltre, è necessario valutare la forza che dobbiamo sviluppare per rompere l’oggetto e quindi studiare le componenti dell’equazione dell’energia sviluppata. 

 

E= m x v²

 

È evidente che, esaminando questa formula, è necessario insistere sul fattore velocità, in quanto essendo elevato al quadrato può aumentare più che proporzionalmente i risultati raggiunti; dobbiamo pertanto sempre imprimere la massima velocità alle tecniche, poiché  è questa, in ultima istanza quella che rompe, le tecniche lente non fanno altro che spingere.

In quest’ottica, si deve anche tener conto che la velocità massima di un attacco di pugno non si raggiunge alla fine del suo percorso, ma tra il 70 e l’80% del tragitto, per cui il nostro obiettivo non va fissato nel punto di fine tecnica ma prima di esso, cioè nel punto in cui la velocità è massima.

L’altro fattore, cioè la massa muscolare, deve ritenersi rappresentata fino a un 10% del peso corporeo.

 

Per questo dobbiamo cercare di far partecipare la maggior parte del peso al colpo, specialmente nelle tecniche di pugno nelle quali il braccio che colpisce rappresenta un peso limitato; in queste tecniche l’apporto della spinta e della rotazione dell’anca è essenziale, non solo per imprimere maggior velocità al movimento, ma manche come massa addizionale d’impatto.

Al di fuori della formulazione fisica, ma direttamente in rapporto con i risultati, vi è la contrazione originata dall’impatto con l’oggetto da rompere; se viene completamente assorbita dal nostro corpo, come se fosse una spugna, rende la rottura impossibile: è quindi necessario dare stabilità e rigidità alla posizione al momento dell’impatto e perciò esercitare una forte contrazione muscolare all’ultimo istante, che oltre ad “indurire” il corpo e fissare le articolazioni apporta la solidità necessaria perché  il contraccolpo sia minimamente assorbito, e tutti gli effetti si scarichino sull’oggetto colpito.

 

Come dato possiamo citare quanto verificato nell’Università di Takushoku, secondo le cui misurazioni si ha per il pugno una velocità ta i 7 e i 12 m/s., a seconda delle tecniche, e una forza d’impatto massima (nel Gyaku tsuki del karatè) equivalente a 700 kg./cm².

 

Fra le tecniche più utilizzate possiamo citare il Gyaku tsuki e lo Shuto uchi, tra quelle di braccia, e il Mae Geri e Mawashi geri, tra quelle di gamba, senza dimenticare l’Empi uchi i cui effetti sono veramente demolitori.

 

In generale, dobbiamo sempre considerare che i colpi circolari rompono più di quelli diretti grazie al maggior sviluppo del movimento che consente di raggiungere velocità più elevate, e che la superficie d’incidenza quanto più è ridotta tanto più permette effetti di penetrazione.

I materiali utilizzati come bersaglio sono molto diversi, ma i più usati sono le tavole di pino secche di circa due centimetri di spessore, i mattoni e le tegole di cemento.

 

 

Buon allenamento da ABC

 

Scritto da: ABC Staff

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