Sindrome Premestruale parte 2

Sindrome Premestruale parte 2

A cura della Dott. S. Missori

La Sindrome Premestruale -parte 2-

Dott. Serena Missori

Il DSM IV (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) ha stabilito dei criteri per la diagnosi del disturbo disforico premestruale, anche se la classificazione ha suscitato diverse critiche. Questo probabilmente perché, mettendo da parte il femminismo, pone l'accento sulla non stabilità emotiva e comportamentale delle donne legata alle fisiologiche fluttuazioni ormonali. In un certo senso l'inserimento nel DSM IV della PMS, sembra penalizzare la donna per una condizione fisiologica; d'altro canto pone l'accento su un problema che sta diventando sempre più emergente, ma che è sempre esistito (tuttavia in passato le donne probabilmente vivevano una condizione meno sul filo del rasoio e con stress più controllabili, occupandosi solo dei figli e della casa). Oggi le donne sono impegnate nella vita a 360° per cui sono soggette agli stessi stress degli uomini, con in aggiunta lo stress derivante dalla gestione della famiglia, dei figli e della casa. Questo surplus di stress potrebbe aver accentuato la soglia di fastidio della Sindrome premestruale con conseguente aumento dell'incidenza e della frequenza dei sintomi.

 

Nel mondo scientifico è stato obiettato che i criteri del disturbo disforico premestruale siano troppo restrittivi e portino ad una sottostima della dimensione reale del problema; nel panorama sociale si sono opposti i movimenti femministi perché intravedono una medicalizzazione o persino una psichiatrizzazione della condizione femminile, anche se in altri ambienti femministi è invece stata considerata la possibilità di scagionare le donne affette da questo disturbo che abbiano commesso dei reati.
In sintesi i criteri per individuare un disturbo disforico premestruale sono i seguenti:

 

A. Nel corso della maggior parte dei cicli dell’anno precedente, cinque o più dei seguenti sintomi sono quasi sempre presenti durante l’ultima settimana della fase luteale. Sono migliorati nel corso dei primi giorni della fase follicolare e sono stati completamente assenti durante la prima settimana dopo le mestruazioni (uno dei sintomi deve essere tra i primi quattro citati):

 

  • 1. umore depressivo spiccato, senso di disperazione o autosvalutazione (idee di svalutazione);
  • 2. tensioni, spiccata ansia, impressione di essere bloccata, tesa, nervosa;
  • 3. spiccata labilità emozionale (per esempio spiccato senso di tristezza, voglia di piangere, ipersensibilità al rifiuto);
  • 4. collera o irritabilità spiccata e persistente o aumento dei conflitti interpersonali;
  • 5. diminuzione dell’interesse per le attività consuete (per esempio lavoro, passatempi, scuola, amici);
  • 6. difficoltà soggettive a concentrarsi;
  • 7. letargia, rapido affaticamento o mancanza di energia;
  • 8. spiccate modificazioni dell’appetito, iperfagia, voglia imperiosa di certi alimenti;
  • 9. ipersonnia o insonnia;
  • 10. impressione di essere sopraffatta o di perdere il controllo;altri sintomi fisici come gonfiore o tensione mammaria, cefalee, dolori articolari o muscolari, sensazione di “gonfiore”, aumento di peso.

 

B. La sindrome premestruale disforica interferisce notevolmente col lavoro o l’attività scolastica, le attività sociali abituali e le relazioni con gli altri (per esempio si evitano le attività sociali, diminuisce la produttività o l’efficacia al lavoro o a scuola).

 

C. La sindrome premestruale disforica non corrisponde solo all’aggravamento dei sintomi di un altro disturbo come una depressione grave, o un disturbo di panico, un disturbo distimico o un disturbo della personalità (benché possa aggiungersi a ciascuno di questi disturbi).

 

D. I criteri A, B e C devono risultare confermati dalle registrazioni giornaliere comparative di almeno due cicli sintomatici consecutivi (la diagnosi può essere posta provvisoriamente in attesa di questo tipo di conferma).
Un’ulteriore classificazione per diagnosticare la sindrome premestruale è stata elaborata dall’American College of Obstetricians and Gynecologists secondo la quale per la diagnosi è essenziale che la donna riporti uno o più sintomi affettivi e fisici durante i cinque giorni, o più, che precedono il ciclo, in ciascuno dei tre mesi precedenti la consultazione.

 

  • Sintomi affettivi:
    • Depressione
    • Scoppi di collera
    • Ansia
    • Irritabilità
    • Confusione
    • Ritiro dalla vita sociale

 

  • Sintomi somatici

 

    • Mastodinia
    • Meteorismo
    • Cefalea
    • Ritenzione idrica in mani e piedi

 

  • Inoltre, per definizione, i sintomi:

 

    • scompaiono entro il 4° giorno del flusso e non ricompaiono fino almeno al 13°;

 

    • sono presenti in assenza di qualsiasi terapia farmacologica, di terapie ormonali o di abuso di alcool o droghe;

 

    • si ripresentano - in modo quindi riproducibile - in due cicli valutati prospetticamente;

 

    • la paziente riporta un danno, causato dalla PMS, dal punto di vista delle sue interazioni sociali/professionali e/o della sua performance economica.

 

Dunque, appurato che la Sindrome Premestruale è un fenomeno complesso che coinvolge sia la sfera psichica sia la sfera fisica, la sua terapia deve necessariamente prendere in considerazione entrambi gli aspetti.

 

Tra le cure non farmacologiche è di sicuro beneficio l’introduzione di misure dietetiche adeguate alla tipologia della persona e all'entità della sintomatologia. Andrà quindi consigliata attività fisica regolare (come anti-stress, per il mantenimento del peso corretto e per alleviare le tensioni), riduzione di sale per favorire l'eliminazione dei liquidi, di caffeina, alcool, dolciumi e grassi. Sembrano utili la supplementazione con magnesio, idrossi-triptofano (quale precursore di serotonina e melatonina) e vitamine del gruppo B in special modo la vitamina B1 e la vitamina B6.

 

Il trattamento farmacologico è soprattutto mirato ad eliminare le diverse espressioni sintomatologiche ed in particolar modo quelle più severe ed invalidanti.
Nei disturbi somatici, pertanto, possono essere utilizzati FANS, diuretici o quant’altro sia necessario allo specifico quadro clinico; nelle forme caratterizzate da importanti forme di natura psichica e comportamentale è possibile ricorrere a farmaci in grado di agire sul sistema nervoso centrale quali gli ansiolitici o gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI); questi ultimi, in particolare, hanno trovato un ampio consenso sia in letteratura che nella pratica clinica.
Purtroppo però la terapia farmacologica tradizionale mira a contenere i sintomi, medicalizzando la donna e non mettendola nelle condizioni di poter affrontare con consapevolezza un disturbo che oltre ad essere ciclico e ricorrente, risulta essere per certi aspetti invalidante.


Si può invece volgere uno sguardo alle terapie naturali e consigliare ad esempio una cura fitoterapica,integrativa e dietetica che accompagni la donna in tutte le fasi ormonali e le permetta di gestire con consapevolezza ed efficacia una componente fisiologica della sua natura.

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