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Judo, il Paradosso del Randori

data di redazione: 14 Ottobre 2014 - data modifica: 02 Ottobre 2014
Judo, il Paradosso del Randori

Kano intuì che rimuovendo le tencniche pericolose dal repertorio tecnico di un'arte marziale come il ju-jitsu veniva migliorato il rendimento tecnico degli allievi

Innanzitutto spieghiamo ai non addetti cos'è il "RANDORI". Letteralmente significa "combattimento libero" oppure "esercizio libero"; in pratica nel Randori i contendenti (Tori e Uke) si fronteggiano a massima potenza con spazzate, proiezioni, immobilizzazioni e leve in piedi ed al suolo. Nel Judo, (infatti il concetto di Randori partì dal suo fondatore, kano) i contendenti utilizzano ogni risorsa a loro disposizione nel rispetto delle regole cercando di sottomettere l'avversario cercando di approffittare dei punti deboli e attaccando ogniqualvolta se ne presenti l'opportunità.

Perchè è considerato un paradosso?

Rimuovere gli elementi pericolosi da un'arte marziale in modo che gli allievi possano allenarsi più duramente potrebbe risultare strano di primo acchito ai nostri lettori meno esperti nel settore. Dopotutto, un'arte marziale non sarebbe forse più mortale ed efficace se agli allievi si insegnasse la pratica di tecniche realmente pericolose e dolorose come quelle impiegate nel ju-jitsu classico, nel wing chun oppure in qualsiasi arte marziale senza nessuno sfondo sportivo? La rimozione di tali tecniche, definite pericolose o deleterie per l'incolumità personale non dovrebbe indebolire di fatto un'arte marziale?

 

In ciò consiste il genio davvero innovatore di Jigoro Kano (1860-1938). Per quanto ciò possa sembrare paradossale, Kano capì che un'arte marziale può essere resa più efficace con la rimozione dei suoi elementi "pericolosi", in modo tale che gli allievi possano praticare a piena potenza su avversari che oppongono resistenza utilizzando le tecniche rimanenti. Ciò che Kano comprese è che l'efficacia di un'arte marziale non è determinata unicamente dal suo repertorio tecnico, ma anche dal metodo di allenamento con cui fa assimilare quelle tecniche agli allievi.

 

L'importanza di questa intuizione non può essere sottovalutata, e rappresenta uno dei maggiori progressi nella storia delle arti marziali.

Solo quando si utilizza un efficace metodo per imprimere le tecniche nelle menti e nei movimenti degli allievi viene creato uno stile di combattimento autenticamente efficace. Ciò è possibile solo quando gli allievi applicano le loro tecniche a piena potenza su un avversario che resiste per davvero. Vi è qualcosa di paradossale nel fatto che un'arte marziale sia resa più efficace per un combattimento mediante la rimozione delle tecniche pericolose.

 

Kano si accorse come un lottatore costantemente allenato a piena potenza su un avversario che resiste in un combattimento reale fosse più efficace di uno che praticasse sempre le tecniche "mortali" su un partner che cooperava senza alcuna forza di resistenza. Noteremo subito come tecnica "sicura" non equivale a "inefficace". Le tecniche "sicure" mantenute da Kano erano tali solo nel senso che possono uilizzarsi in sicurezza nell'allenamento libero, nella misura in cui gli allievi si fermano allorchè esse siano state applicate con successo.

 

In un combattimento di strada esse potevano essere applicate per fratturare il gomito di un uomo o per strangolarlo fino a fargli perdere coscienza. La pratica condotta in questo modo rappresentò un enorme avanzamento nella storia delle arti marziali, in particolare negli stili di grappling.

 

Buon allenamento da ABC



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