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Il Silenzio Emozionale nelle Arti Marziali

data di redazione: 14 Ottobre 2014 - data modifica: 01 Ottobre 2014
Il Silenzio Emozionale nelle Arti Marziali

Saper controllare le proprie emozioni in un combattimento è il passo verso la vittoria... su sé stessi

Affrontiamo qui un aspetto un pò più sottile rispetto al silenzio fisico del linguaggio.

Lo scopo è di disattivare, ovvero di purificare, tutto ciò che riguarda la natura sensitiva delle emozioni e intralcia la giusta percezione. Per riuscirvi, il primo compito dell'allievo è ridurre i sentimenti emozionali estremi, come la gioia eccessiva o l'odio, perché tutti gli ecessi emotivi, che siano yin o yang, portano ad uno squilibrio continuo.

 

In effetti, a causa del suo ritmo dualistico e alternato, un sentimento di gioia estrema non è mai permanente e molto naturalmente manifesta in seguito il suo opposto. Le emozioni estreme sono particolarmente coltivate da coloro che si dedicano alla competizione in modo intensivo e ad alti livelli.

Se, molto saggiamente, non fossero state stablite delle regole severissime, tali esperti metterebbero in grande pericolo la propria integrità e quella dei loro avversari.

 

Il segreto del silenzio emozionale risiede nell'acquisizione di una serenità interiore, distaccata dal frutto dell'azione, quieta, impassibile di fronte alla gloria come alla sconfitta, due concetti della nostra mente che non hanno nessuna esigenza reale. E' il solo modo per essere in armonia tanto con lo yin e lo yang e accedere alla pace di una divina equanimità di fronte agli eventi perturbatori del mondo illusorio della materia.

 

Ciò conferisce, a chi ne ha acquisito la padronanza, il potere di controllare la materia stessa.

Finché l'uomo si identifica col proprio corpo e con gli eventi che coinvolgono questo corpo, è normale che la coscienza subisca costantemente le leggi alterne di questa materia in eterna trasformazione.

Quando la coscienza ha capito di essere un Sé divino al di là della forma transitoria, allora appare questo stato permanente che chiamiamo "divina equanimità" o "pace profonda".

 

Per raggiungere un simile stato,  il nostro atteggiamento all'interno del kwoon o dojo (il nostro luogo dell'allenamento) deve cambiare progressivamente. Se, per esempio, un compagno maldestro gli fa male durante un esercizio, si vede spesso il principiante sospendere il combattimento, massaggiarsi, fare una smorfia e prendere un'aria aggressiva. Qui ci vuole un cambiamento radicale.

Perfino il vostro viso deve restare impassibile, qualunque sia il dolore! Un atteggiamento del genere da un lato attenua considerevolmente il dolore e permette di sopportarelo meglio, dall'altro evita strategicamente che l'avversario approfitti di un momento prezioso, mettendo naturalmente a segno un colpo. Inoltre, finché il dolore rimane a far parte delle vostre sensazioni, vi sarà impossibile essere veramente liberi per una eventuale reazione.

Con l'abitudine, imparerete a mettere rapidamente il dolore in un angolino della coscienza, tanto rapidamente come è arrivato. Pensare al dolore lo rafforza, dimenticarlo volontariamente lo devitalizza.

Non dimenticate la grande legge secondo la quale l'energia segue il pensiero.

La meditazione è un mezzo per disinserire volontariamente la coscienza dai cinque sensi (compreso quello del tatto, che fa sì che soffriamo per i colpi). Ecco un'altra ragione che rende necessaria la meditazione. Sul piano simbolico, l'acqua è l'elemento che corrisponde alla natura emozionale dell'uomo. L'insegnamento del budo, quando parla del "mizu-no-kokoro", si riferisce al silenzio di tale natura: una mente calma come l'acqua.

Buon allenamento da ABC

Scritto da: ABC Team
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