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La cerimonia del the

data di redazione: 04 Febbraio 2015
La cerimonia del the

Un aspetto rilevante della cultura orientale

Possiamo indicare il sud della Cina come la terra d’origine della piante del the e il “Ch’a ching” di Lu Wu come il testo più importante a questo proposito, scritto nel periodo della dinastia T’ang.

 

Più tardi, nel secolo XV, si introduce e si sviluppa in Giappone già in forma rituale la cerimonia del te.

Nella storia cinese, i monaci usavano bere il the davanti alla statua di Bodhidharma. È in questo contesto e nelle radici dei principi taoisti, buddisti e confuciani che il the assume un aspetto rilevante. Con Bodhidharma si produce la sintesi buddista-taoista e nasce la scuola Chan (Zen). Da questa sintesi nasce anche un modo nuovo di concepire il mondo, che penetra in tutti gli aspetti della vita.

 

 

I tre concetti fondamentali della cerimonia del te

  1. Il vuoto mentale
  2. L’ostacolo delle parole
  3. La grandezza dell’insignificante

 

Il concetto di “vuoto mentale”

Contrariamente a quello che possiamo intendere letteralmente, il concetto di vuoto mentale nella cultura orientale fa riferimento più che altro all’aspetto inesauribile della nostra natura.

Il vuoto mentale, in senso Zen può essere definito “pensiero senza pensiero”. È da questo vuoto che nasce uno spirito tranquillo e la serenità d’animo, ed è nella sala del the (Sukiya) che si cerca di raggiungere tali obiettivi.

Da qui l’importanza della disposizione di questa sala, con la sua corrispondente anticamera (Mizuya), la sala d’aspetto (Mochiai) e un sentiero (Roji) che attraversa un giardino nel quale la pulizia, l’attenzione e la semplicità allontanano le preoccupazioni quotidiane.

Ognuno deve spogliarsi completamente del proprio “io”. 

Lo spazio propriamente destinato alla cerimonia del the ci ricorda il senso d’infinito di un quadro “Sumie” o il “Dojo” ove si praticano le arti marziali.

Così K. Okakura parla di chi si accinge a prender parte alla cerimonia: “…se è un samurai, lascerà una sciabola nell’ingresso, in modo che rimanga in piena luce, poiché la sala da the è soprattutto l’arca dell’alleanza e la casa della pace. Poi si inchinerà ed entrerà nella sala per una porticina che non misura più di tre piedi di altezza”.

 

L’ostacolo delle parole

Non si tratta quindi di astrarre concetti, ma di sperimentare il mondo più intimo delle cose.

Le parole e i concetti generalmente presuppongono l’interruzione del fluire della vita. Il discorso ha senso solo se il suo obiettivo “è esortare ed esaltare la pratica del Prajna”.

Il rito della cerimonia del the introdotto in Giappone basando il suo sistema educativo su una sperimentazione più che a una sua verbalizzazione, sottolineando così la celebre frase di Tao Te Ching: “il Tao che si può esprimere non è il Tao eterno”. 

La grandezza dell’insignificante

La cerimonia del the ci dimostra la rilevanza delle piccole cose della vita quotidiana.

È tutto un simbolismo sulle capacità dell’uomo di sintetizzare e rendere sacri i piccoli atti. Questa importanza dei lavori quotidiani è un riflesso della disciplina del monastero Zen. Così, troviamo che i compiti meno difficili sono riservati nel monastero Zen ai novizi e i più difficili e umili ai maestri più rispettabili, poiché seguendo l’idea originale, i lavori più insignificanti sono quelli che più si avvicinano alla perfezione. Nonostante ciò, e come ogni disciplina, il Cha-no-yu presenta una grande quantità di regole di comportamento che perseguono obiettivi assai importanti quali:

  • armonia
  • assenza
  • purezza
  • serenità.

 

Quindi la prossima volta che vi accingete alla vostra tazza di the, fatelo in una maniera più trascendentale e profonda…



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