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La Logica Nelle Forme Nelle Arti Marziali

data di redazione: 14 Luglio 2017 - data modifica: 15 Luglio 2017
La Logica Nelle Forme Nelle Arti Marziali

Come Capire Se Le Forme Nel Vostro Sistema Sono Utili

"Ogni forma, anche se efficacemente ideata, diventa una gabbia quando il praticante ne è ossessionato". Bruce Lee

Ogni praticante, non importa quale stile pratichi sa che ogni Arte Marziale Tradizionale ha il suo bagaglio di forme.

Nel Wing Chun abbiamo cinque forme tra cui la famosa Siu Nim Tao (sil lim tau, o che dir si voglia…) nel Karate ne abbiamo innumerevoli ed hanno il nome di kata (heian sodan, empi, ecc….) e in tanti stili di kung fu, come nell’Hung Gar ce ne sono diverse tra le quali abbiamo la Moi Fa Kuen, Sap Juet Sao, ecc… ogni sistema, soprattutto nell’ambito delle arti marziali, ha le sue forme.
Vi siete mai chiesti a cosa serve investire tutto quel tempo lavorando da soli eseguendo le varie forme o in vari kata?

Ma soprattutto la domanda principale è: servono per combattere o sono solo semplici coreografie?
Quante volte abbiamo visto in varie competizioni eseguire forme dei più diversi sistemi, in posizioni con una profondità esagerata, una larghezza sproporzionate o con guardie eccessivamente aperte, che generalmente impressionano la giuria.


Ma soprattutto vediamo anche quegli stessi atleti non lavorare nello stesso modo in combattimento o nello sparring, usando posizioni completamente differenti a quelle utilizzate nei kata o nelle forme


In prima analisi, per capire se le nostre forme ci potranno servire in combattimento dobbiamo tener presente questi aspetti.
Nella costruzione e nel progetto di un sistema di combattimento non possono esistere discrepanze tra il “mattone”, che è la forma, e il lavoro reale, perché significherebbe utilizzare la forma come semplice decorazione, un ornamento molto bello, ma privo di un’utilità reale.
Il processo di apprendimento è fatto di tappe, tappe che vanno dal semplice al complesso, governate da leggi o principi che ci aiutano a comprendere meglio il sistema che stiamo studiando.

Come alle Scuole Elementari
Per poter meglio interpretare meglio quest’analogia prenderemo come esempio l’apprendistato alla scrittura nelle nostre prime classi della scuola dell’obbligo; quando ci prepariamo a leggere e a scrivere, il nostro insegnante, in primo luogo ci insegnerà le vocali, in maniera isolata o con esempi molto semplici, poi passeremo alla creazione di sillabe, per infine passare alla comprensione della formazione di parole e frasi;

poi starà a noi riuscire a trasporre nero su bianco i nostri pensieri o le nostre idee.

Inoltre, l’apprendistato è intimamente legato alle norme o ai principi ortogradfici che regolano la corretta esecuzione delle parole.
Portando l’esempio precedente all’applicazione nelle Arti Marziali si può giungere al seguente paragone:


  • Le vocali sono le basi del sistema
  • Le sillabe sono le nostre prime forme
  • Le parole sono i concatenamenti tecnici
  • Le regole ortografiche sono i nostri principi di movimento
  • Scrivere liberamente equivale a combattere
Dopo aver osservato ed interpretato quanto appena detto, non vi è dubbio che un sistema di combattimento “con tutte le lettere”, debba interrelazionare tutti i suoi componenti, in funzione del corretto apprendistato e del massimo sviluppo dell’artista marziale.
Le forme servono ad "educare" il praticante al combattimento?
Educare non si riduce al semplice fatto di accumulare informazioni, educare significa arrivare al punto in cui l’allievo sviluppi un pensiero logico personale e quei pensieri logici portino alla risoluzione corretta delle diverse situazioni che si possono presentare nel suo cammino.
Educare non significa etichettare, bensì liberare, aprire il pensiero, mostrare l’implementazione del maggior numero di strumenti per la risoluzione in minor tempo possibile di condizioni diverse, ed soprattutto avverse.


Educare nella nostra funzione di docenti marziali, significa utilizzare i meccanismi che ci offrono “le forme” (forme, set, kata, basi…), per indirizzare in maniera corretta il praticante verso una soluzione pratica, effettiva ed immediata, in questo caso, la difesa personale, e verso la sua applicazione.
Mediante quest’articolo vorrei attirare l’attenzione dei praticanti in generale, portandoli a realizzare loro stessi un’introspezione nei meandri dei loro anni di pratica, perché scoprano che al di là delle diverse arti, specializzazioni ed impostazioni, esiste una domanda che porta a risposte multiple che sottendono all’applicazione reale di un sistema: “perché le faccio? Mi possono realmente aiutare nel combattimento?”.
Perché realizzo questo o quel determinato movimento e non un altro, e per quale motivo lo faccio, qual è la sua finalità pratica?
Se anche dopo diversi anni di pratica continua non avrete trovato un significato nei movimenti che eseguite chiedetevi il perché!
Se riusciamo ad utilizzare questo sistema di pensiero logico, non importa quale arte o sistema pratichiate, renderete più reale la vostra pratica marziale.



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