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Come Siamo Abituati a Mangiare?

data di redazione: 13 Ottobre 2014 - data modifica: 01 Ottobre 2014
Come Siamo Abituati a Mangiare?

A cura della Dr. Monica Torone

COME SIAMO ABITUATI A MANGIARE?

La maggior parte di noi, attualmente, sa come ricavare le necessarie informazioni e conoscenze nutrizionali, attraverso l’ampia varietà di libri pubblicati, blog e siti specializzati.


Chi più chi meno tutti sanno cosa bisognerebbe mangiare per aderire ad un regime alimentare salutare.


E allora perché non tutti lo fanno?


Il comportamento alimentare è un comportamento, e come tale viene appreso e mantenuto attraverso complessi meccanismi di rinforzo che tendono a stabilizzarlo nel tempo e a renderlo il comportamento che si adotterà nella maggior parte delle situazioni di vita. Questo tipo di comportamento, come gli altri tipi di comportamenti, ci viene spesso insegnato all’interno della nostra famiglia. All’interno della famiglia impariamo ad attribuire particolari significati affettivi ed emotivi al momento del pasto ed al cibo in generale.


Cosa succede, infatti, quando un bambino osserva il proprio genitore comprare al supermercato tanta frutta e verdura? Oppure, cosa può succedere quando un genitore ha l’abitudine di mangiare e di proporre ai propri figli quantità eccessive di alimenti poco salutari? Sarebbe utile che, ognuno di noi, nella ricerca delle motivazioni che ci spingono ad un certo tipo di alimentazione, ripercorresse i propri ricordi in famiglia.


Riflettiamo ad esempio su alcuni punti:

 

  • Nella nostra famiglia d’origine si tendeva a mangiare velocemente? In questo caso, lo stress quotidiano potrebbe aver sostenuto e rafforzato un’immagine del cibo come dovere da compiere in maniera sbrigativa, senza soffermarsi sui gusti e sull’assaporare i piatti cucinati;
  • Il cibo veniva usato come ricatto? Riflettiamo su alcune ingiunzioni, sotto forma di ricatto affettivo (“se non mangi tutto mamma non ti vuole più bene!”) oppure ricatto strumentale (“se non mangi tutto non ti porto al parco giochi!” oppure “se metti al loro posto i giocattoli ti do il gelato”);
  • Il cibo e l’alimentazione venivano investiti di sensi di colpa? Molti genitori, entrambi lavoratori, avrebbero potuto delegare al cibo una funzione affettiva che, per mancanza di tempo, non riuscivano a sostenere personalmente;
  • Tutta la vita familiare, nel bene e nel male, ruotava intorno al cibo? Se si stava bene, si mangiava per condividere la gioia. Se si stava male, si mangiava per non pensare al dolore. Ogni evento ed ogni emozione dovevano essere accompagnate dal cibo per essere vissute pienamente, o per non essere sentite affatto.

 

Questi sono alcuni aspetti che potrebbero aver condizionato il nostro modo personale di alimentarci, la nostra relazione attuale con il cibo, e che ci spinge attualmente a sentire di agire sotto l’impulso di automatismi che non riusciamo e non sappiamo come controllare.

 

In realtà, il controllo possiamo riprenderlo. La cosa fondamentale è riuscire a rendere comprensibile e cosciente ciò che invece ci sembra incomprensibile ed automatico.


E’ vero, infatti, che certi comportamenti vengono appresi nel contesto familiare, ma è possibile modificarli grazie alle nuove esperienze di vita, a stili di vita a cui si aderisce nel corso degli anni ed attraverso la vicinanza di persone diverse che possono trasmetterci visioni alternative ed esempi diversificati. Quindi, attraverso l’osservazione di nuovi modelli, possiamo apprendere nuovi e diversi comportamenti alimentari, più funzionali e salutari.


Impariamo, innanzitutto, ad ascoltare la voce del nostro stomaco ogni volta che mangiamo. Ciò ci darà il senso e la portata di ciò che sta avvenendo dentro di noi, al fine di spostare il nostro campo di osservazione e di apprendere a dare il nome (il vero nome) alle emozioni che stiamo vivendo. Potremmo allora accorgerci, in quel momento, che la fame che sentivamo fino a pochi secondi fa era in realtà, ad esempio, un vuoto affettivo ed un vissuto di solitudine che cercavamo di riempire attraverso un determinato alimento (ad esempio la cioccolata), e potremmo magari accorgerci dello stesso copione che si ripete in particolari circostanze.


Sarebbe auspicabile fermarsi a riflettere, quindi, non solo su cosa e quanto si mangia, ma su come si mangia, perché, molto spesso, è all’interno di questo aspetto che si nascondono nodi problematici e comportamenti alimentari scorretti che tendono a ripetersi e a rinforzarsi.
Ogni dieta sarà destinata a fallire se si tende a fuggire ad un’analisi cosciente delle proprie modalità di nutrirsi.

Dr.ssa Monica Torone



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