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Fame e Sazietà: Il Ruolo del Cervello e della Cultura

data di redazione: 25 Settembre 2014 - data modifica: 01 Ottobre 2014
Fame e Sazietà: Il Ruolo del Cervello e della Cultura

FAME E SAZIETA': IL RUOLO DEL CERVELLO E DELLA CULTURA

Inutile ribadirlo, nessuno di noi mangia soltanto per fame. Anche chi crede di farlo, in realtà è stato condizionato, suo malgrado, a mangiare anche sulla base di altre motivazioni. Si può mangiare per nervoso, rabbia, gioia, golosità, convivialità, abitudine. Se l'alimentazione fosse legata esclusivamente ai fini della sopravvivenza, allora la maggior parte dei nostri pasti non avrebbe ragion d'esistere.
Molte abitudini alimentari scorrette sono legate ad un allontanamento dalla funzione principale del cibo, appunto quella nutritiva e biologica, in quanto la cultura spesso ci ha abituato a farlo per ragioni diverse.


A mezzogiorno ci scatta nella testa un meccanismo che ci fa pensare "è ora di pranzo, bisogna mangiare". Quanto di questo automatismo è connesso effettivamente alla fame e quanto ad una consuetudine che ci è stata trasmessa culturalmente? In un certo senso, siamo stati "addestrati" a sentire la fame anche laddove la fame non esiste. Come dicevo, la maggior parte delle abitudini alimentari inadeguate si fondano sull'incapacità di ascoltare il proprio corpo per comprendere dove vi sia un reale stimolo della fame.


La fisiologia, in tal senso, ci aiuta a comprendere meglio quali sono i sistemi e i meccanismi di regolazione legati all’assunzione di cibo.
Già a partire dal 1900 il neurofisiologo Sherrington ipotizzò che alla base del meccanismo della fame fosse coinvolto il sistema nervoso. Fu scoperto, infatti, che nella condizione di fame, nell’organismo si verifica un aumento di eccitabilità dei nervi dell’esofago e dello stomaco, i quali a loro volta inviano tale informazione ai centri nervosi superiori. Quindi, è lo stomaco ad inviare al cervello il messaggio "ho fame".


Ulteriori studi si sono concentrati sull'osservazione del funzionamento dello stomaco nel momento in cui è vuoto. E' stato visto che, in tale condizione, lo stomaco produce scariche nervose che vengono veicolate dal cervello tramite il nervo vago e, man mano che lo stomaco si riempie, si attivano le fibre vagali inibitorie le quali determinano la distensione dello stesso.


In base a tale scoperta, si potrebbe ipotizzare che tutto parta dallo stomaco. In realtà, sono state fatte diverse ricerche sugli animali per verificare se l'asportazione dello stomaco fosse in grado di sopprimere completamente lo stimolo della fame; ciò che è risultato è stato che lo stimolo della fame persisteva.

 

 

La zona del Sistema Nervoso Centrale (SNC) coinvolta nell'assunzione di cibo è l’ipotalamo, una regione situata sotto il talamo, nella parte centrale dell’encefalo. Esso è costituito da diversi nuclei, ognuno dei quali svolge una funzione diversa, ma tutti sono coinvolti nei riflessi omeostatici. L’ipotalamo ha come funzione principale quella di mettere in comunicazione il corpo con il cervello.


Nel 1954, Stellar ipotizzò che nell’ipotalamo vi fossero due centri distinti che regolano la fame e la sazietà e li chiamò: “Feeding center” (centro della fame), il quale è costituito dal nucleo dell’ipotalamo laterale LHA, la cui eliminazione è in grado di causare l’anoressia, e “Saziety center” (centro della sazietà), il quale è costituito dal nucleo ventromediale VMN e dal nucleo paraventricolare PVN, e la cui eliminazione è in grado di determinare l'obesità.


Nell’uomo, questi centri omeostatici interagiscono con i circuiti del piacere e della ricompensa, e questo ci dà la possibilità di comprendere meglio i fattori che ci spingono a mangiare. Questa relazione è stata dimostrata sia a livello molecolare che a livello comportamentale. 
A livello molecolare si è visto che uno dei siti in cui l’ormone MCH agisce è il nucleo accumbens, il quale è coinvolto non solo nella percezione gustativa, ma anche nel rinforzo dell'assunzione di sostanze d'abuso. Quindi, svolge un ruolo cruciale nel veicolare un segnale di piacere connesso all'assunzione di cibo e di droga.


A livello comportamentale, invece, si è visto che cibi piacevoli, quando si è affamati, diventano spiacevoli, quando si è sazi. 
Ricapitolando, i segnali meccanici provenienti dalle pareti dello stomaco stimolano il funzionamento dell’ipotalamo che interviene nella regolazione della fame e della sazietà, ma oltre a questo le fibre simpatiche portano informazione al tratto solitario posto nel tronco dell’encefalo. Altri indicatori viaggiano nel sangue, come la leptina e l’insulina (segnalatori della sazietà rilasciati dal tessuto grasso) e la ghrelina (segnalatrice della fame rilasciata dal pancreas endocrino) intervengono nell’attivare altre aree del cervello collocate nella zona del “nucleo arcuato” che a loro volta attivano i centri sopra citati. Queste informazioni registrate nei nuclei ipotalamici attivano la bilancia ormonale che regola il nostro appetito, e sono spesso alla base di squilibri alimentari, come accade nell'anoressia e nell'obesità.

 

La comprensione di questi meccanismi ci aiuta a prendere atto del fatto che il nostro corpo ha sviluppato, nel corso della filogenesi, processi in grado di dirci quando, e quanto, il nostro organismo ha bisogno di assumere nutrienti per il proprio sostentamento. 
Il corpo ci parla (attraverso lo stomaco) ed il cervello risponde (attraverso l'ipotalamo).


Nei disturbi alimentari, ma anche in comportamenti alimentari scorretti considerati non propriamente patologici, il corpo parla troppo o troppo poco, ed il cervello fraintende i messaggi, non li elabora correttamente, oppure non risponde affatto.


Sempre più spesso, deleghiamo all'esterno la funzione omeostatica del nostro organismo, e lasciamo che la nostra fame sia condizionata dalle nostre credenze (ad es."si mangia 5 volte al giorno"), dalle nostre abitudini culturali, dal tempo che abbiamo a disposizione, così come lasciamo che il nostro senso della sazietà venga stravolto, ad esempio, da porzioni di cibo sproporzionate rispetto al nostro reale bisogno.
Non possiamo fingere che la cultura non abbia alcun peso nelle nostre scelte alimentari, e sarebbe irrealistico credere di potersi liberare totalmente da condizionamenti che durano da una vita intera e che, spesso, sono alla base di meccanismi di aggregazione e di appartenenza sociale.


Ma possiamo, almeno, re-imparare ad ascoltare i segnali provenienti dal nostro corpo, perchè lui sa cosa e quanto abbiamo bisogno per sopravvivere e per mantenere l'omeostasi energetica.


Probabilmente continueremo lo stesso a mangiare 5 biscotti anzichè 2, ma almeno avremo la consapevolezza che gli altri 3 biscotti servono a soddisfare altri tipi di bisogni.

Dr.ssa Monica Torone

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